Recensione e considerazioni sul “Processo alle fotografie” di Giancarlo Parisi

Verità. Mi soffermo su questo concetto che a mio avviso è centrale nel libro di Giancarlo Parisi.

L’immagine riprodotta da una fotografia, quando si avvicina sensibilmente a ciò che i nostri occhi vedono quotidianamente, o hanno già visto, assume il valore di verità assoluta. Parisi afferma in maniera categorica che non è mai così, è un assioma secondo l’autore. La verità non è espressa totalmente in una fotografia, come un articolo di giornale non è conforme perfettamente alla realtà dei fatti. Aggiungo io. Entrambi i mezzi comunicativi sono quindi veri solo parzialmente. Questo sillogismo mi fa sottolineare che nel libro, oltre naturalmente alla tesi esposta dall’autore, vi sono presupposti filosofici oltre che storici e sociologici. Compare infatti molto spesso il termine ontologico.

E se vogliamo aggiungere ulteriori aspetti, riferendoci alla verità assoluta si può arrivare agilmente a discorsi di carattere filosofico teoretico toccando il trascendente e il metafisico. Spunti estremamente interessanti che si ritrovano all’interno di un volume incentrato sulla post produzione fotografica.Parisi-copertinaTornando però sul versante giornalistico va citata la prefazione curata da Sandro Iovine, già direttore della rivisita “Il Fotografo”, nonché insegnante di Reportage e linguaggio della comunicazione visiva. Indubbiamente il valore documentale della fotografia rappresenta un elemento quasi imprescindibile dal testo di un articolo giornalistico. Ora, tanto l’uno, quanto l’altro, una volta pubblicati, non sono ovviamente la verità assoluta come già anticipato. Una porzione di essa, quanto il più onesta e oggettiva possibile, può determinarlo l’autore. Il concetto si può desumere con qualche esempio concreto: l’articolo su un omicidio in cui vengono utilizzati termini truculenti insistendo sulla drammaticità dell’accaduto; una lunghissima conferenza o un consiglio comunale riportato in poche battute, omettendo partecipanti e interventi.

La stessa cosa avviene esclusivamente quando si propone una foto, senza il corredo di didascalie: un’immagine nuda e cruda. L’autore fa diversi esempi che hanno costellato la storia dei fotoreporter più celebri.

Oggi, dopo quella che Giancarlo Parisi definisce “la grande digitalizzazione”, si può capire in maniera ancora più chiara la falsa convinzione che il fotografo a cui portavamo a sviluppare il nostro rullino, concretizzava esattamente quello che noi avevamo scattato. Utilizzo il termine chiara non a caso perché oggi tutto il processo che porta dal negativo all’immagine avviene simultaneamente, in chiaro dunque, e non in una camera oscura. Il fotografo agiva anche prima, nel retrobottega, gestendo gli agenti chimici e dosando i colori in maniera sapiente per poter proporre al cliente le fotografie il più possibile vicine alla realtà. Ma erano i suoi occhi a determinarla, non i nostri. L’importanza del punto di vista.

Oggi lo sviluppo avviene in meno di un secondo già sullo stesso schermo della macchina fotografica digitale e attenzione: non si tratta di un prodotto terminato, concluso. È solo l’inizio del processo per arrivare al risultato finale, l’inizio della post produzione.

 Uno sviluppo imprescindibile secondo Giancarlo Parisi. Si evince ancor di più questo concetto con le macchine reflex o con le cosiddette compatte evolute (piccole ma più costose per capirci) dove c’è la possibilità di scattare con un formato particolare, raw – grezzo. Quest’ultimo corrisponde alla diapositiva. E quella va sviluppata a proprio piacimento, tentando di riprodurre quello che i nostri occhi hanno fissato al momento dello scatto. Si può agire altrimenti attraverso determinati “movimenti” informatici su alcune parti della fotografia. Ritagliarla, ingrandirla, darle più o meno luminosità, saturazione e interventi che potenzialmente possono essere infiniti. Questo procedimento che da molti è visto come una truffa, non è nient’altro che una pratica sempre esistita nella storia della fotografia.

L’autore cita diversi casi, addirittura presenti agli albori della pratica fotografica, nell’800, quando lo sviluppo avveniva in maniera artigianale usando mezzi diversi da tastiera, mouse, schermo e un potente computer. Il modo è lo stesso, solo che adesso è molto più accessibile ad un numero sempre più elevato di persone.

Immaginiamo per un attimo un processo nell’accezione giuridica (Giancarlo Parisi è un legale realmente, tra l’altro n.d.r.), dove un ipotetico imputato è messo alla sbarra per una dichiarazione, dopo aver visionato numerose immagini nel corso di una mostra. Questa l’affermazione «Quella foto è stata ritoccata, photoshoppata e quindi è falsa!».

 Volendo fare l’avvocato difensore sosterrei che la buona fede dell’imputato si attesta dal momento in cui, attraverso i media, è stato costantemente bombardato da immagini apparentemente perfette. L’ipotetico imputato pensa dunque: “Ma quella modella non è così bella in tv come appariva nella foto della pubblicità della rivista o ancora, quel paesaggio con quelle luci e quei determinati riflessi, non può essere vero, non ricordo di averne mai visto uno così”. Rimanendo sul tema del paesaggio: “Un fiume che sembra setoso, senza le increspature dell’acqua? E com’è possibile?! No no, tutto ritoccato al computer”.

 L’accusa allora può immediatamente replicare tirando fuori una fotografia scattata nel 1979 con un “fiume setoso” e spiegare che fu scattata con la tecnica dei “tempi lunghi”.

Ma il processo o, come suggerisce il sottotitolo del libro, la battaglia è senza fine.
Un passaggio fondamentale, che propone l’autore stesso, è che vi sia maggiore consapevolezza attraverso l’insegnamento della storia della tecnica fotografica. Mi sembra davvero una proposta che può essere adottata concretamente: l’educazione alla fotografia. Una materia quanto mai attuale. Siamo invasi dalle fotografie, costantemente, e le nuove generazioni, nate con la fotocamera digitale, è giusto che sappiano qualcosa in più su ciò che utilizzano quotidianamente. Bisogna ricordare infatti che la fotografia ha un potere incredibile che talvolta sfugge al controllo. Conoscerne la storia può aiutare a gestire il presente e il futuro della cultura fotografica.

Dove acquistare “Processo alle fotografie”.

Giuseppe Bova

Corso Completo di Adobe PHOTOSHOP

Imagorà promuove il suo primo Corso Ufficiale per fotoamatori ed artisti in genere. Adobe Photoshop, il più famoso e potente programma di fotoritocco, giunto alla sua 12 release (Creative Suite 5), sarà oggetto di studio e approfondimento in forma modulare, per consentire ai corsisti, qualunque sia il loro livello di conoscenza del software in oggetto, di utilizzarlo al meglio delle sue potenzialità.

DESCRIZIONE DEL CORSO
Come anticipato, il corso è articolato in tre moduli diversi, acquistabili separatamente e organizzati in forma progressiva.
Con il PRIMO MODULO sarà illustrato il funzionamento di base del programma, ossia ci occupermo di fare una panoramica generale delle funzioni basilari. L’obiettivo di questo modulo è quello di fornire al corsista la confidenza di base con l’interfaccia del software, descrivendone i meccanismi visivi e operativi, in modo tale che egli sia in grado di orientarsi tra le varie funzioni disponibili, così da poter realizzare in piena autonomia tutta una serie di operazioni di fotoedizione semplice. I principali argomenti trattati:

  • interfaccia del programma (collocazione di strumenti, filtri e palette)
  • utilizzo della galleria filtri
  • introduzione ai livelli e alle tecniche base di selezione
  • descrizione ed uso degli strumenti di base
  • creazione di un documento (metodo colore e risoluzione) Continua a leggere

Old school…alla nuova maniera (la post-produzione è legittima?)

Cari soci di Imagorà, vi pongo una questione a cui penso spesso quando leggo i commenti alle foto. Si tratta della “post produzione” ovvero tutte quelle modifiche che vengono fatte con il pc, attraverso svariati programmi, con photoshop su tutti. Bene, mi chiedevo se non possa in un certo senso snaturarsi la purezza di uno scatto, agendo ulteriormente con il computer. Mi rendo conto che potrà sembrare una questione banale, ma ripeto per l’ennesima volta che sto avvicinandomi alla fotografia solo adesso e a piccoli e lentissimi passi. Vorrei comunque spostare l’attenzione sul principio: una foto scattata con una macchina, un obbiettivo e tutti gli altri accessori, senza alcun ritocco, non è più “pura” rispetto ad un’altra che viene ulteriormente modificata? Mi si ribatterà che bisogna contestualizzare il tutto, che ci troviamo nel XXI secolo e che sarebbe ridicolo sottrarsi alla tecnologia. Ok, ma avere già una macchina sofisticata, che il fotografo spesso non vede più come un esclusivo mezzo meccanico, e che diventa invece quasi prolungamento del suo occhio, non rende l’immagine scattata in quel momento realmente “finita”? Perchè ritornarci ulteriormente? Sarà sicuramente perfetta, una volta modificata, ma l’imperfezione del momento…non la rendeva unica?

Giuseppe Bova